Monica Fava

RIFLESSIONI SU SANTOSHA: IL SAPERSI ACCONTENTARE

Postato il Aggiornato il

di Monica Fava

Le persone sbuffano.

Quando sono molto impegnate ma anche quando non lo sono; quando sono infelici, quando sono pensierose. Forse anche molto di più di quanto ce ne sarebbe bisogno.

Che poi,  se si legge la definizione del vocabolario…

/ṣbuf·fà·re/

 

Del cavallo, emettere con forza l’aria dalle froge.

ESTENS.

Di persona, emettere fiato dalla bocca semichiusa dilatando le guance, per uno sforzo fisico, o per insofferenza, impazienza, fastidio

 

…ci si accorge che il verbo SBUFFARE in prima battuta riguarda il cavallo, ma per estensione è utilizzato anche per gli esseri umani. Ho iniziato così a cercare e ho scoperto che quando i cavalli sbuffano dal naso, sono FELICI. Ed ecco un’altra domanda si fa spazio… perché l’accezione umana è legata all’insofferenza, all’impazienza e al fastidio?

Un buono spunto yogico!

Infatti Patanjali, nel suo inestimabile “Yoga Sutra”, nel Secondo Pada, introduce tra gli Niyama, le attitudini personali, Santhosha, un termine sanscrito (SAM ,“tutto” o “del tutto” e TOSHA, “appagamento,  accettazione”) che tradotto significa “gioia incondizionata” o “contentezza senza forma” e rappresenta uno stato di genuina felicità, indipendente da tutto quello che succede attorno a noi.

“La pratica dell’appagamento conduce ad una felicità estrema”, Yoga Sutra, II, 42.

Accontentarsi è una festa continua.

In prima battuta il termine sembra limitare la bellezza e la vitalità, ma riflettendo più approfonditamente si capisce che ci vuole molta forza per godere e amare ciò che la vita offre. E’ essere consapevoli del momento presente; liberi dai desideri, dai rimpianti del passato e dalla paura del futuro.

Lamentarsi è invece rimanere nell’angoscia.

Lo stato mentale di Santhosa è quello di staccarsi e non essere influenzati dalle richieste dei sensi, perché l’identificazione con i sensi causa una insoddisfazione di base, quasi di imperfezione, sicuramente di bramosia che una volta appagata, esaudita, ben presto riemerge e serve altro e altro ancora.

Non essere contenti è un fardello esclusivo del regno umano, basta guardarsi attorno, e nemmeno troppo lontano, per osservare le persone che ci circondano. L’uomo guarda il mondo attraverso i propri bisogni, i propri desideri materiali, diffidente, con la paura di ciò che la vita gli presenta, senza capire che ciò che riceviamo è ciò di cui necessitiamo e soprattutto dimenticando di essere parte di un tutto, che se viene vissuto e coltivato con gratitudine, genera contentezza e positività.

Coltivare Santosha significa rendere la propria vita migliore, piena e senza contraddizione.

E’ un’opportunità di miglioramento, di comprensione di sè stessi e di serenità.

Implica il saper discernere, ovvero distinguere ciò che può essere cambiato (futuro), seminando nel presente, e accettare ciò che non può essere cambiato (passato); l’essere equanime, cioè  imparziale nell’assumere una posizione o nel pronunciare un giudizio e infine il riuscire a conquistare una pratica paziente e costante, per non alimentare i nostri pensieri vorticosi e dispersivi e avere un’esperienza diretta della nostra natura interiore.

E’ la stessa sensazione che percepiamo dopo la lezione di yoga, in cui abbiamo abbandonato, o provato ad abbandonare J, la smania per il risultato dell’asana; accettato il nostro corpo in tutti i suoi limiti; proiettato il nostro sguardo all’interno, dove risiede quella parte di noi che non è soggetta a cambiamento; lasciato fluire il respiro… è quella sensazione di leggerezza nel sentirsi centrati nel presente, nel qui&ora, liberi da ansie, da tristezze e incombenze quotidiane.

Praticare non attaccamento, accettazione degli stati interiori, senza combatterli, senza allontanarli ma rimanendo in ascolto, sedendo e attivando il testimone interno, per percepire fino nelle profondità se quella reazione è veramente tua o dovuta a schemi, condizionamenti è uno dei modi dei accedere alla felicità.

Anche perché quando si iniziano ad accettare i propri pensieri, i propri sentimenti e azioni, quando si inizia ad essere gentili con se stessi, quando si accoglie ogni evento senza accezione capendo che nulla viene per nuocere, è proprio in quell’istante che accade la meraviglia, si diventa capaci di mettere in atto dei veri cambiamenti.

“Come il fuoco ardente riduce in cenere la legna, così il fuoco della conoscenza (jnana) riduce in cenere tutte le azioni. Su questa terra non vi è nulla che purifichi più della conoscenza; col tempo, chi si perfeziona nello Yoga apprenderà ciò in se stesso.” B.G. IV, 37-38.

Di Monica Fava

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PRATICA e QUOTIDIANITA’

Postato il Aggiornato il

di Monica Fava

Sveglia ore 5.30, un buon bicchiere d’acqua e srotolo il tappetino.

Fuori ancora una città immersa nel buio, ovattata nel mantello di silenzio e che permette all’ immaginazione di vagabondare senza alcun freno.

Accanto a me anche il cuscino da meditazione, il mio adorato quaderno e la penna e i miei due gatti, spettatori della mia pratica quotidiana.

I piedi si adagiano nudi sul tappetino ed ecco emergere, in un attimo, la sensazione di libertà che percepisco ogni mattino in cui decido di lasciare fluire il corpo attraverso il respiro.

La pratica inizia libera da schemi, senza pensieri che si affollano, senza limiti se non quelli del mio corpo ancora addormentato in qualche muscolo; gli asana si inseguono lenti,  prima assonnati, poi sempre più consapevoli.

Il respiro diventa profondo, cosciente, presente come la mia volontà e asana dopo asana ritrovo il corpo flessibile, la mente leggera e il cuore colmo di felicità.

Ebbene sì, perché quando sono sul tappetino io mi sento autentica.

Il cuscino da meditazione diventa il monte in cui mi rifugio dopo la pratica.

Scelgo ardha padmasana, la posizione del mezzo loto, per immergermi nella respirazione a narici alterne, nadi sodhana, per riportare il respiro nel giusto equilibrio e  poi chiudere gli occhi, adagiare le mani sulle ginocchia e portare l’attenzione, la concentrazione in chidakasha e lasciarmi andare alla meditazione.

La sveglia sul cellulare mi richiama alla realtà, sono le 7, è ora di prepararmi per una nuova giornata di lavoro, con la consapevolezza di poter affrontare gioiosamente qualunque cosa la vita mi porta e mai da sola.

Om shanti

Monica Fava