La Crociata del Crociato

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LA CROCIATA DEL CROCIATO    di Alessandra Dechigi

In un attimo tutto è cambiato.

La borsa del mare è rimasta vicino alla porta di casa, spettatrice immobile della trasformazione di ogni progetto.

Sono scivolata e con una caduta comica e grottesca ho visto la mia rotula dislocarsi.

Istintivamente l’ho circondata con le mani rimettendola al suo posto poi…il referto: rottura del legamento crociato.

Sono passati 5 mesi da quel momento: un tempo tutto da investigare.

All’inizio c’era solo la non accettazione, la rabbia, il dolore lancinante che non mi abbandonava mai. L’immobilità forzata, la rinuncia ad ogni progetto e anche al più piccolo desiderio, mi facevano vivere il corpo come una prigione claustrofobia.

Non mi è mai successo di essere bloccata fino al punto da non potermi neanche mettermi su un fianco!

Il dolore onnipresente sembrava una di quelle sirene di allarme che annunciano la catastrofe alla quale non poter sfuggire.

La mente, l’unica a potersi muovere a piacimento, iniziava a prendere il sopravvento, aggiungendo strazio e confusione.

Così alla rabbia è seguita l’indolenza. L’azione è stata soppiantata dalla frustrazione.

Non riuscivo a rimanere a galla in una melma di emozioni contrastanti.

Sono una persona positiva ed entusiasta, credevo… ma dove ero finita?

Mi era impossibile leggere una pagina, fare un disegno, guardare un film perché la concentrazione non mi era possibile.

Le giornate erano prive di senso e senza scopo. Vedevo tutto ostile e anche le parole d’incoraggiamento e le manifestazioni di amore di tutti quelli che mi giravano intorno erano odiose e insopportabili.

Io ero prigioniera di me stessa.

Quanto è durato? Un mese lunghissimo. Poi ho conquistato la sedia a rotelle e le prime sedute di fisioterapia.

Ero terrorizzata, mi sentivo ancora di più alla mercé: ho vissuto passivamente e con fastidio l’accudimento, le decisioni di altri, il non controllo di me, del mio spazio doloroso.

Il tempo sembrava ancora più lungo e buio.

Quelle brevi uscite in macchina per raggiungere lo studio di fisioterapia le vivevo con angoscia.

Il mondo fuori era pieno di insidie alle quali non mi sarei mai potuta sottrarre autonomamente.

In quei momenti da passeggera guardavo la città dal finestrino impossibilitata a fronteggiare ogni buca, marciapiede o scalino.

Tutto il mio ego si è piegato. Poi è iniziata la trasformazione.

Una volta ho letto che le ginocchia rappresentano la volontà e l’autoaffermazione. Ci si inginocchia raramente e solo quando si riconosce qualcosa o qualcuno di superiore.

Ho cominciato a riflettere: umiltà, affidamento, accontentamento e gratitudine.

da qui è iniziata la mia “crociata”.

Finalmente ho messo a frutto le tecniche di respirazione per tenere a bada le “Erinni” che si erano impossessate della mia mente, rendendola un luogo anarchico e ostile.

La pratica ha sgretolato la rigidità e lo scudo del mio mondo ristretto. Ho cominciato ad affidarmi a chi si stava occupando di me, espirando.

Ho assorbito la generosità e l’amore che mi circondava, inspirando e lentamente tutto il mio spazio vissuto, interno ed esterno, diventava più “elastico” e permeabile.

Finalmente ho cominciato a sospirare.

Il primo libro che ho preso in mano è stata la traduzione della Chandogya Upanisad.

Se qualcuno si stava occupando del mio fisico, io solamente mi sarei potuta occupare di tutto il resto.

Ho letto, riletto, assorbito, meditato, condiviso: Tat Tvam Asi!

Non lo leggevo da tanto tempo. In fondo in fondo…non mi curavo da tanto tempo.

Ultimamente sto abbandonando anche la seconda stampella e con gratitudine sto reimparando a camminare.

Durante la visita di controllo il dottore mi ha detto che tutto sta andando come deve. Dall’incidente ci vogliono sei mesi per guarire e un anno per dimenticare.

La mia “crociata” è in pieno svolgimento.                         di Alessandra Dechigi

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